Il numero 1 del Gruppo Stellantis, John Elkann, appare sempre più proiettato a scegliere il risparmio produttivo alla crescita in Italia di una nuova generazione di lavoratori.
Quando si pensa a Stellantis c’è un’associazione mentale, quasi automatica, con FIAT o comunque con il mercato occidentale. Scopriamo insieme come stanno le cose alla luce di nuovi mercati, nuove strade, che il numero 1 Elkann sta tracciando, guardando al futuro.

In una fase di crisi del Vecchio Continente non sorprende la posizione dell’erede dell’impero degli Agnelli. La fuga oramai verso nuove realtà è globale. “L’evoluzione continua dello stabilimento di Tafraoui riflette la nostra ambizione di costruire un’industria automobilistica moderna e competitiva in Algeria”, ha dichiarato Samir Cherfan, direttore operativo per Medio Oriente e Africa di Stellantis. Parole chiare e semplici per raccontare come il mondo dell’automotive cambia alla velocità della luce e la geografia della produzione trova nuovi spazi ed espansioni occupazionali, infatti, dal 2023 la produzione è cresciuta rapidamente, passando da 17 mila veicoli nel 2024 a 53mila nel 2025.
Nuovi orizzonti per Stellantis
Numeri che si traducono poi in posti di lavoro, occasioni e possibilità di vita per famiglie; sono stati realizzati oltre 1000 posti di lavoro diretti e indiretti, dove la visione è progetto, una strategia industriale, grazie alla creazione di hub, un polo per saldatura e assemblaggio delle auto, oltre alla realizzazione di un nuovo reparto verniciatura. Impresa per sostenere la crescita della produzione e mantenere fede a quel principio della domanda crescente in tutta l’area. Lo scopo: aumentare la capacità produttiva annua da 90 a 135 mila veicoli entro il 2028. Ambizione sostenuta dalle politiche locali, dove fare impresa è la possibilità di vedere un Paese cambiare, crescere e migliorare.

Le ultime novità dall’Algeria: produzione della Grande Panda con la tecnica Ckd (completely knocked down). Prepariamoci a guidare auto e moto facendo cadere quei pregiudizi del passato, a favore di una qualità e una produzione senza confini, senza necessariamente rimarcare una identità nazionale. Il nuovo modo di fare industria e di vivere l’auto deve rientrare in un concetto di globalizzazione dove vale solo il prodotto e meno la firma. Il problema vero è legato al mondo del lavoro.





